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Un Grazie a Queer as Folk nel suo 15░ anniversario

Giovedý, 3 dicembre 2015

di: Billy Nilles
Fonte: uk.eonline.com
Tradotto da: Klaudia62
Redatto da: Marcy

Avevo 14 anni durante l'inverno del 2000. Ero una matricola in un liceo per le arti dello spettacolo e la pubertà mi stava spingendo sempre più vicino alle porte di un armadio in cui vivevo senza averlo ancora realizzato. Cresciuto in un sobborgo alle porte di Los Angeles, il pensiero di fare coming out non mi procurava preoccupazioni quali l’essere in pericolo di vita come certamente poteva accadere in altre parti del paese, ma certamente non mi fu risparmiata la paura che senza alcun dubbio ha afflitto molti dei miei fratelli LGBT, indipendentemente dalla loro situazione.

Non è stato di nessun aiuto che la nostra rappresentazione nella cultura popolare, in televisione in modo particolare, fosse, al massimo limitato, (e nel peggiore dei casi, dannoso) a quel punto. Certo, Roseanne aveva introdotto tanti personaggi LGBT quanti la ABC aveva concesso durante la metà degli anni '90, avevamo incontrato la vera Ellen DeGeneres (e perso rapidamente la sua controparte immaginaria in seguito) e i Will Truman e Jack McFarland di Will & Grace erano entrati nella nostra vita appena due anni prima, ma non c'era nessun personaggio gay mostrato potentemente ed in primo piano a tutti. Nessuno che sembrasse meno uno scherzo e più un autentico essere umano, e con una vita sessuale da impenitente celebrata come normalmente sarebbe successo per un personaggio etero.

E poi Queer as Folk è arrivato.

Mi ricordo vividamente la notte in cui la serie della Showtime (adattata da quella che nel Regno Unito portava lo stesso nome) ebbe la sua prima assoluta, 15 anni fa. Ero ancora profondamente confuso riguardo me stesso, ma avevo sentito parlare di un nuovo dramma su degli uomini gay che, era garantito, avrebbe fatto sollevare più di qualche sopracciglio. Fortunatamente miei genitori erano abbonati alla Showtime, ed io ero deciso a guardare questa cosa in segreto a qualsiasi costo.

Quella notte, una domenica, ero l’accompagnatore di mia nonna ad un concerto jazz del mio prozio. Ansioso di tornare a casa in tempo, l’ho trascinata fuori da quella sala subito dopo la fine, ma non prima di sentire una coppia di anziani parlare proprio di dover tornare a casa per guardare quello stesso show. Sentii scorrere l’eccitazione in me, e, stranamente, la gelosia. Quello era il mio spettacolo, quello a cui avevo pensato da solo nella sicurezza della mia testa, ma era anche quello di cui altre persone, sconosciuti pure, erano a conoscenza. Questo in qualche modo dava allo spettacolo, e a me stesso, un senso di legittimità. Non dovevo essere per forza solo un segreto, se io sceglievo di non farlo.

Ho visto la prima, quella notte proprio come avrei fatto per molte domeniche a venire: con il volume basso e un occhio nervoso alla porta, con un dito pronto sul telecomando per cambiare canale se qualcuno fosse entrato nella stanza. Ma in quell'ora, venivo trasportato in un mondo che mi emozionava, mi spaventava, e mi eccitava – e non mi aspettavo di sentirmi in colpa per nessuno di quei sentimenti. Mi sono identificato in Justin (Randy Harrison), che stava vivendo un risveglio sessuale e di identità non dissimile dal mio. Ho sognato il giorno in cui avrei potuto andare in un club come il Babylon, che è rimasto centrale nella serie, come rifugio sicuro nella notte per i personaggi principali - anche se l'idea di un luogo con un dietro le quinte edonistico e libero per tutti mi terrorizzava un poco (e lo fa ancora, ad essere onesti). Rimasi a bocca aperta davanti a Brian Kinney (Gale Harold), che prese la verginità di Justin e che era l’ oggetto delle ossessioni, non corrisposte, del povero Michael (Hal Sparks).

La sfacciata sessualità di Brian, e le scene di sesso grafiche dello show, sono stati, a loro modo, una dichiarazione politica profonda. Hanno instillato in me la convinzione che ci fosse del potere nell’accettare me stesso. Nessuno pestava i piedi a Brian, e l'idea che un giorno avrei potuto raggiungere un livello di auto-accettazione tale che mi avrebbe protetto dalle persone che trovano la mia esistenza ripugnante è stato il vero e proprio motivo di eccitazione.

E poi c'era Debbie, la mamma di Michael. Sharon Gless ha portato alla vita questa madre fieramente orgogliosa - e ferocemente protettiva - una donna che si è presa cura di tutti gli amici di Michael come se fossero figli suoi, dando loro l'amore materno di cui avevano bisogno e che, purtroppo, non avevano sempre ricevuto dalle proprie madri. Come un fiero membro del PFLAG (genitori, famiglie e amici di Lesbiche e Gay), mi ha introdotto ad una organizzazione, che non avevo mai saputo essere reale, di alleati della comunità LGBT. Debbie ci ha dato la speranza che anche noi potessimo avere un genitore ferocemente protettivo che stava solo aspettando che noi trovassimo la forza di essere onesti. Lei ci ricordava che non tutti ci odiavano.

Sin da quando QAF ha smesso di andare in onda nel 2005, il panorama televisivo ne ha sentito l’impatto. Certo, le piccanti scene di sesso gay in How to Get Away With Murder sono state rese possibili, in qualche piccola parte, dal fatto che QAF sia stato trasmesso più di un decennio fa. Ma niente si è neanche lontanamente avvicinato al poter riconquistare lo spirito di quello show - e forse niente ci riuscirà. La HBO ci ha dato due stagioni di Looking che si è scontrato con la critica dell’essere troppo noioso in questo mondo post QaF (che non è stata una critica del tutto giusta) e con quella di essere troppo “white” [ndt: bianco] (che, beh, era probabilmente una critica un poco più giusta, anche se la varietà sicuramente non era stata uno dei punti di forza neanche di QAF).

La TV può anche essere andata oltre quello che Queer as Folk stava facendo, ma a quel tempo, è stato un divertente e malizioso show che fu una potente dichiarazione politica solo per il fatto di esistere. Come Michael ha detto nei momenti finali della serie: "Così prosegue il 'thumpa thumpa'. E sarà sempre così. Qualunque cosa accada. Non importa chi sia il presidente. Come la Nostra Signora della disco, la divina Miss. Gloria Gaynor ha sempre cantato per noi: “Noi sopravvivremo ".

Grazie, Queer as Folk. Grazie per aver promesso ad un adolescente ancora non dichiarato, che sarebbe sopravvissuto. E grazie per avergli mostrato non solo come sopravvivere, ma anche come crescere.




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